L’ITALIA NON C’E’ PIU’ di Adrian Tilgher

Qualcuno, ancora oggi, parla di  SALVARE l’Italia; ma cosa significa se l’Italia non c’è più.
Non c’è più politicamente perché non esiste una proposta politica concreta e coerente, con una base culturale di cui sia espressione,  da parte di nessuno; si rimane vittime del liberismo e delle leggi di mercato non capendo che l’uomo non è solo bisogni materiali ma è soprattutto ricerca di soddisfazioni di altro genere, che solo una politica di progetto può dare. Chi è al servizio dei poteri forti esteri, come il centro sinistra, il centrodestra ed i grillini, fa proposte  che cercano di rispondere alle più immediate problematiche economiche e materiali rimanendo nello squallido alveo liberista, senza che i più sappiano cosa significhi. Coloro che si definiscono alternativi e usano termini come “sovranismo” o “popolarismo”, parole che non riescono a riempire di alcun concreto progetto politico, sono comunque sempre pronti a correre in soccorso dei vari liberisti, siano essi di destra, di sinistra o grillini, per potersi sedere su uno scranno, magari anche ministeriale, senza alcun potere concreto.
La risposta è altrove.
Non c’è culturalmente per aver ceduto anche in questo, che dovrebbe essere un settore “nobile”, al mercato e aver tarpato la grande capacità creativa degli italiani facendo largo a lestofanti e baciapile che sono stati capaci di distruggere tutti gli elementi base del comune vivere. La famiglia? Non conta. I figli? Non si fanno ed eventualmente si comprano.  La nazione? Non serve. L’Italia? Cos’è. L’Europa? E’ una moneta. La solidarietà? E’ dare una moneta a chi al semaforo ti pulisce il vetro, purchè non sia Italiano. La comunità? E’ il centro di recupero per i tossici…
La risposta è altrove.
Sul piano internazionale veniamo sbeffeggiati da tutti; per la nostra posizione geografica dovremmo dialogare con i paesi dell’altra sponda del Mediterraneo e poi, quando ci proviamo, subiamo gli ordini e le imposizioni dei nostri alleati per inimicarceli: vedi il caso Libia, vedi l’Egitto, con il caso Regeni, costruito ad arte dai servizi inglesi ( in Spagna in un caso ben più grave e molto palese non abbiamo richiamato alcun ambasciatore). Cerchiamo di riprenderci economicamente, con un intervento di quel poco che è rimasto della nostra industria di stato, con l’acquisto dei cantieri francesi, e la Francia, che si è comprata mezza Italia e ci ha imposto la guerra al nostro partner libico per scalzarci, si mette di traverso  L’unica volta che ci siamo ribellati è stato quando l’Austria e l’Ungheria, dicendoci tra l’altro una cosa ovvia, ci hanno suggerito di chiudere i porti alle navi e delle Onlus e delle altre nazioni per porre fine all’orrendo traffico di esseri umani su cui si stanno arricchendo tanti cosiddetti umanitaristi.
La risposta è altrove.
Gli Italiani ormai si sono adeguati, lo spirito nazionale si può tirare fuori solo nelle competizioni sportive,  nel festeggiare le sconfitte, i tradimenti e nel considerare eroi chi ha sparato a tradimento; la storia meglio non insegnarla più perché tutti si stanno accorgendo delle menzogne propinate come verità; Dante, il sommo poeta che tutto il mondo studia e ci invidia, meglio non studiarlo perché omofobo; le riforme sociali, fiore all’occhiello della nostra cultura del lavoro, ereditata da un preciso periodo storico,  vanno smantellate perché ce lo ordina l’Europa, che attualmente non esiste, ma anche perché dovremmo riconoscere che “il male assoluto” ha prodotto qualcosa di positivo.
La risposta è altrove.
Potremmo continuare a lungo, comunque si voglia vedere la conclusione è sempre la stessa: l’Italia non esiste più. E’ diventata “l’espressione geografica” di cui parlava il Metternich; un’ espressione geografica ancora stupenda nonostante gli scempi da noi prodotti sul territorio.
Per creare tutto questo c’è voluta la complicità di tutti. Per uscirne non c’è da salvare nulla ma c’è tutto da ricostruire liberandoci dai legacci UE, per giungere ad una vera e nuova Europa dove l’Italia possa avere il ruolo che le spetta per la sua storia, la sua cultura, le indiscusse capacità del suo popolo, un volta tornata consapevole delle proprie peculiarità e del proprio destino nell’ambito della storia del mondo.
Roma,01-09-2017

GIORDANO BRUNO 17 febbraio 1600 – 17 febbraio 2017 «D’OGNI LEGGE NEMICO E D’OGNI FEDE»

17 febbraio 1600 – 17 febbraio 2017

«D’ogni legge nemico e d’ogni fede»

Il filosofo Giordano Bruno, simbolo della resistenza al sopruso religioso e del libero pensiero, dopo un processo durato 7 anni venne condannato dall’Inquisizione della Chiesa Cattolica al rogo ed arso vivo a piazza Campo de’ Fiori (Roma) il 17 febbraio 1600.
Fu condannato con l’imputazione di dubitare della trinità, della divinità di Cristo e della transubstanziazione, ma cosa ben più grave e pericolosa per la Chiesa di voler sostituire alle religioni particolari la religione della ragione come religione unica e universale e di affermare che il mondo é eterno e che vi sono infiniti mondi.
Il pensiero imperdonabile di Giordano Bruno era quello che “…ogni uomo, in quanto vita di ragione, dunque libero, ha pari dignità con ogni altro…”
In una società si ha ordine solo quando tutte le diversità sono ugualmente rispettate.
Le parole del ribelle, quindi eretico, Giordano Bruno pronunciate di fronte al tribunale ecclesiastico che lo condannò a morte furono”forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

L. GRAGLIA Fronte Nazionale Liguria

HIROO ONODA: ESEMPIO DI AMORE INCONDIZIONATO PER LA PROPRIA NAZIONE

Omaggio a Hiroo Onoda, esempio di amore incondizionato per la propria nazione.

“Ogni soldato giapponese era pronto a morire, ma io ero un ufficiale dell’intelligence, e l’ultimo ordine che ricevetti fu di condurre imboscate e azioni di guerriglia”.
Passarono i mesi e gli anni. Uno degli uomini di Onoda fu catturato nel 1950. Altri due morirono in combattimento, l’ultimo nel 1972.
Tokyo aveva ospitato le Olimpiadi nel 1964, aveva firmato trattati per riallacciare le relazioni diplomatiche con tutti gli Stati della Seconda guerra mondiale. Bisognava mettere fine anche alla guerra privata del tenente Onoda. Il comando delle nuove Forze di Difesa capì che solo un uomo poteva dare il contrordine all’ultimo dei giapponesi: quell’uomo era il suo comandante del 1945, il superiore che gli aveva detto di resistere. Era il marzo del 1974, dalla giungla filippina uscì un uomo che aveva ormai cinquant’anni, lo stesso berretto del 1945, una giubba logora, lo sguardo d’un fantasma. Ma ancora fiero: andò fino a Manila a consegnare la sua spada al presidente delle Filippine. Salutò la bandiera e si arrese. In patria fu accolto da eroe.  e morto nel 2014

UFFICIO STAMPA FRONTE NAZIONALE SEG. REGIONALE